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note di poesia..
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IL ponte di Brooklyn secondo Vladimir Majakovskij
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di Anna Rita Zara
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Majakovskij: fotomontaggio di Rodcenco
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Il ponte di Brooklyn, che unisce Long Island a Manhattan, rappresenta il trionfo del progresso tecnico raggiunto dalle metropoli odierne, la prova più spettacolare del trionfo della tecnologia del nostro tempo, capolavoro indiscusso dell'ingegneria.
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Vladimir Majakovskij (1894-1930), poeta russo che fece parte del movimento cubofuturista, nei suoi saggi e nelle sue poesie espresse la volontà di un deciso rinnovamento culturale con una forte polemica contro l'arte del passato. Rivendicò totale indipendenza dal futurismo italiano e considerò la parola un'entità autonoma da valorizzare nel suo involucro fonico con la creazione di una lingua transmentale ovvero translogica. Ruppe così con la convenzione poetica del passato e trasportò nei suoi versi il linguaggio della strada, le tematiche dell'urbanesimo e della macchina.
Nella poesia Il ponte di Brooklyn vede in quest'opera umana, che mette in pratica le più ardite conquiste della tecnica, una sfida al tempo demolitore. Se un giorno una catastrofe lasciasse dietro di sé solo rovine, lo scheletro contorto del ponte basterebbe a testimoniare, secondo il poeta, il livello raggiunto dalla nostra civiltà.
New York, metropoli in continua trasformazione, che vive e adegua le sue esigenze al presente e cancella quanto non risponde al ritmo di vita del momento, testimonia nell'arditezza del ponte la fiducia nel progresso e nella tecnologia, nella ricchezza e nella potenza industriale: con una campata principale di 1280 metri è il più lungo e il più pesante ponte sospeso del mondo.
La lunghezza del ponte e l'acciaio che costituisce la sua materia inorgogliscono il poeta e gli stimolano visioni e creatività non per le soluzioni estetiche e stilistiche della sua architettura, ma per la precisione eccezionale con cui sono stati prima calcolati e poi disposti le travi d'acciaio e i bulloni:
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Io sono orgoglioso
di questo
miglio metallico;
vive in esso
s'innalzano le mie visioni:
invece di stili
lotta
per le costruzioni,
calcolo rigoroso
di bulloni
e d'acciaio.
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- Il ponte di Brooklyn è un testimone di civiltà e di pensiero: se sopraggiungesse una catastrofe e rimanesse unico relitto della nostra epoca, piegato, contorto e rivolto con un lato verso il cielo, simile alle zampe di un cavallo impennato, il geologo dai suoi resti potrà ricostruire il senso della civiltà odierna, come il paleontologo riesce a ricomporre scheletri preistorici da minuscoli frammenti di scheletri:
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Se
Verrà
la fine del mondo
e il nostro pianeta
dal caos
sarà disgregato
e se d'ogni cosa
resterà solo questo
ponte impennato
sopra la polvere dello sfacelo,
allora,
come da ossetti
più esili di aghi
crescono
i pangolini *
nei musei, con questo ponte
il geologo dei secoli
saprà
ricostruire
i giorni del presente.
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Il ponte di Brooklyn nell'immaginario del poeta assurge a metafora della civiltà occidentale che si è unita all'Occidente più lontano scalzando le preesistenti civiltà indigene:
Egli dirà:
Questa
zampa d'acciaio
collegava
mari,
e praterie,
di qui
l'Europa
si slanciava verso l'Ovest,
gettando
al vento
le piume degli indiani.
(da Poesia russa del '900, Guanda, Parma)
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Le frustrazioni politiche, la delusione di non riuscire a portare nella rivoluzione russa il rinnovamento auspicato, il controllo della politica sulla cultura e motivi privati spinsero il poeta al suicidio.
Per lui l'arditezza del ponte sospeso a unire due sponde lontane, metafora del suo appassionato temperamento lirico proiettato continuamente verso obiettivi politici e sociali, si risolse in una contraddizione insanabile e infine nella sconfitta.
* i pangolini, mammiferi genericamente nominati per intendere animali preistorici o rari
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