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Perché l’uomo
continua a cercare l’utopia, il luogo che non c’è? Forse perché ogni volta che aspira al luogo ideale, sia esso naturale, politico, sociale, letterario o artistico, sente il bisogno di trasferirlo nella realtà per trasformarla secondo i propri desideri? Dopo il suo lungo e sempre travagliato cammino nella storia come può ancora illudersi che il progetto utopico, subito mistificato e manipolato, non dia che risultati negativi e mortificanti? Allora è meglio rinunciare all’utopia come momento negativo del pensiero umano e dell’espressione della continua ricerca di un mondo migliore? |
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c N. Marci
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Certamente no, perché l’utopia diventa deludente
solo quando diventa storia, uno dei fatti del cammino dell’uomo,
ma come espressione dell’aspirazione dell’uomo a non contentarsi
del mondo creato per crearne uno a sua volta, essa rappresenta una visione
magica e irripetibile, in cui ragione e immaginazione collaborano mirabilmente.
Trasportare questa visione così ricca di valori simbolici e di folgoranti aspettative in realtà che non le si adattano, non può che naufragare nella delusione, perché non viene compresa, soprattutto se è mancato il coraggio di mutare lo status codificato, accademico, sociale e quant’altro. Formulare schemi ideali, costruire progetti inseguendo questo strano connubio tra ragione e sragione ripropongono entrambi la ricerca del luogo che non c’è ovvero il solo luogo dove si è felici, lo specchio magico, dove coesistono per sé e per gli altri coscienza, conoscenza e immaginazione. L’utopia che ricerca l’evasione fine a se stessa snatura infatti il suo essere, perché non può limitarsi al sogno, ma deve rimanere coerente con un atteggiamento critico del contesto per trasformarlo, ovvero ricrearlo migliore. Mi piace pensare all’utopia come ad una sottile linea di demarcazione tra ragione e immaginazione, come ad una sospensione ideale, in cui si bilanciano, senza oscillazioni e tentennamenti, la visionaria follia di don Chisciotte ed il lucido ragionamento di Madonna Follia di Erasmo da Rotterdam, perché il silenzio dell’immaginazione fa della ragione un terrificante strumento di potere. Goya affermava che il silenzio della ragione genera mostri, ma essa stessa diventa mostruosa, perché pianifica, livella, adegua persone e cose ai suoi schemi mentali, senza rispettare né l’individuo né la società, è lo scheletro dell’uomo, non la sua carne. Il poeta che sia privo di slanci utopistici, rinuncia al suo ruolo etico, perché la poesia per sua natura, per migliorare l’uomo e il mondo, non può non avere una prospettiva utopistica. Il poeta, quando è tale, non viaggia nell’immaginario per rinunciare alle durezze del presente e rimuovere una realtà sgradita e non gratificante, ma per proporre nuovi mondi possibili, in cui ritrovare dignità e libertà. Il poeta è un viaggiatore di mondi, uno scopritore di luoghi ameni e di luoghi orridi, proietta nei simboli realtà mortificanti e speranze di rinascita. I grandi poeti hanno trasformato in poesia la loro visione del mondo, attraverso la denuncia del mondo circostante e attraverso la ricerca di un mondo alternativo, attraverso i viaggi nel passato per creare un modello nel presente e leggono nel destino e nella coscienza dell’uomo. Così Dante, così Ariosto, così Foscolo, così Baudelaire e tutti gli altri Grandi.
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V. Kush |