Parigi, Londra e New York: tre metropoli per tre poeti
(Baudelaire, Eliot e Lorca, ambigui cantori delle città)

di Andrea Maia
La città, dopo essere stata un mito positivo per secoli (tanto da identificarsi con la “civiltà”, parola che infatti ha il suo stesso etimo), specie quando il suo
modello era l'Atene di Pericle o Roma, Urbs per antonomasia, nella letteratura degli ultimi due secoli si è spesso trasformata in un “antimodello”. Già alla fine del Settecento il mito roussoviano del buon selvaggio tendeva a con¬trapporre la natura e la campagna (mondi spontanei ove l'uomo ritrovava l'originale purezza e bontà) alla corruzione cittadina. Nell'Ottocento poi, soprattutto nel grande romanzo realista, l'ambiente urbano, con le grandi folle caratterizzate dalla miseria, irrazionali sia nelle fasi di brutale ribellione, sia in quelle di passiva vittimistica sottomissione, è l'oggetto fondamentale da un lato della Commedia umana di Balzac, dall'altro delle opere di Dickens, per divenire poi materiale della impietosa analisi clinica dei naturalisti, che nelle periferie urbane trovano gli esseri degenerati (alcolizzati, tarati, prostitute) adatti ad essere sottoposti alla loro indagine clinica. Le due città che meglio si prestano a costituire lo sfondo delle opere narrative sono naturalmente Londra e Parigi e non a caso fanno in ambedue è ambientato il romanzo di Dickens che proprio così intitola appunto
Le due città..
Antonio SANT'ELIA, Stazione di aeroplani e treni (1914)
Un cigno tra le case
Quanto a Parigi, in poesia, un suo ambiguo cantore è stato Baudelaire, nell'ampia sezione dei Fiori del male che si intola Quadri parigini. All'inizio il poeta sembra promettere una impostazione positiva, quasi idilliaca. Nella prima composizione, Paesaggio, presenta se stesso come osservatore della città, dall'alto della sua mansarda:
Col mento tra le mani, dall'alto della mia mansarda,
vedrò l'officina cantare e chiacchierare;
fumaioli e campanili, queste antenne della città,
e i grandi cieli che fan sognare l'eternità.
Ma presto il poeta scende in mezzo alla gente, ai miserabili del suo quartiere; e se dapprima si paragona al sole che...
Quando, come un poeta, scende nelle città,
nobilita la sorte delle più vili cose..
.
si rende presto conto che sarà la città ad offuscare il sole del poeta, rivelandosi come un caos rumoroso e alienante, specie la notte, quando appare popolata di emarginati, mendicanti, ladri e prostitute, e mostra così la sua degenerazione.
Ma anche in pieno giorno, il poeta riconosce un simbolo di se stesso non più nel sole, ma nel cigno impolverato che si è perduto tra le case, in un quartiere dove si abbattono vecchie costruzioni e intanto nascono baracche:
Là io vidi, un mattino [....]
un cigno che, evaso dalla gabbia,
coi piedi palmati il secco lastricato fregando,
sull'aspro suolo trascinava il bianco piumaggio.
Presso un ruscello asciutto la bestia aprendo il becco,
bagnava nervosamente le ali nella polvere,
e diceva, il cuore memore del bel lago natale:
“Acqua, quando scenderai?..
.
Variante urbana dell'albatro, il cigno malandato e zoppicante è simile al poeta, che si sente esule tra gli uomini. Ma tra gli uomini vive, in mezzo agli esseri che vagano nella città inospitale, ove egli può anche incontrare fantasmi:
Formicolante città, città piena di sogni,
ove lo spettro in pieno giorno adesca il passante!
Ed effettivamente li incontra, gli spettri, ed essi popolano i suoi versi: costituiscono una umanità emarginata di disadattati, che non sono riusciti a trovare un loro spazio nella città. Una giovane mendicante stracciata dai capelli rossi mostra tra i brandelli la sua magra nudità, ed a lei il poeta dedica un dolente delicato omaggio:
Bianca ragazza dai capelli rossi,
il cui vestito dai buchi
fa intravedere la povertà
e la bellezza,
per me, poeta misero
il tuo giovane corpo malato,
pieno di macchie rosse,
ha la sua dolcezza.
Incontra sette vecchi sciancati che si trascinano tra neve e fango...
in una strada triste, mentre, ingigantite dalla nebbia,
le case sembravano argini lungo un fiume in piena.
Osserva e descrive le vecchierelle, mostri sgangherati, che trottano come marionette attraverso il quadro brulicante di Parigi. Delinea, in Crepuscolo della sera, cupi interni di osterie, bordelli, case da gioco, nel seno della città di fango:
Si sentono qua e là cucine sibilare,
teatri guaire, orchestre ronfare;
i ristoranti, dove il gioco attrae,
son colmi di puttane e truffatori, loro complici,
e i ladri vanno l'opera a cominciare,
a forzare casse e porte per vivere qualche giorno
e vestir le loro amanti. Anima mia, raccogliti
nell'ora terribile. Chiudi le orecchie al ruggito.
Ecco: il fragore della città è forse l'aspetto che emerge tra gli altri: così la poesia A una passante inizia con un fortissimo di grande efficacia:
La strada assordante urlava attorno a me.
La sezione si chiude con Crepuscolo del mattino ove il poeta osserva, con crudele concentrazione, il risveglio della città: le cortigiane cadono nel sonno, i libertini si ritirano, schiantati dalla faticosa lussuria, le mendicanti si soffiano sulle dita gelate, le gestanti sentono incrudelirsi le doglie, gli agonizzanti negli ospizi rantolano...
Ed il poeta gioca cinicamente con la tradizione, intento a dipingere un ambiguo ritorno alla vita.
L'aurora infreddolita, in veste verde e rosa
avanzava lentamente sulla Senna deserta,
e la cupa Parigi, vecchia laboriosa,
soffregandosi gli occhi, afferrava i suoi attrezzi.
La folla di Londra
Thomas Eliot scrisse la sua Terra desolata negli anni venti; insoddisfatto del poema, lo sottopose all'attenzione di alcuni amici letterati, fra i quali Ezra Pound, che gli suggerì numerosi tagli: la ben nota oscurità dell'opera è anche conseguenza di quelle modifiche, che il poeta accolse, manifestando la sua gratitudine all'amico, quando pubblicò l'opera nel 1922 con la dedica, in parte in italiano dantesco: For Ezra Pound, il miglior fabbro.
E come già Baudelaire, anche Eliot concentra la sua attenzione sugli esseri umani “prigionieri” della metropoli: nei versi conclusivi della prima sezione del poema, intitolata La sepoltura dei morti, appare con grande risalto l'immagine della folla cittadina che, in un'alba nebbiosa (simile a quella descritta dal poeta francese in Il crepuscolo del mattino), avanza sul ponte di Londra: una folla di dannati, come l'allusione all'Inferno dantesco suggerisce, formata da individui cupi ed assorti solo in se stessi, privi di interesse per gli altri:
Città irreale,
sotto la nebbia bruna di un'alba d'inverno,
una gran folla fluiva sopra il London Bridge, così tanta,
ch'i' non avrei mai creduto che morte tanta n'avesse disfatta.
Sospiri, brevi e infrequenti, se ne esalavano,
e ognuno procedeva con gli occhi fissi ai piedi.
Affluivano su per il colle e giù per la King William Street,
fino a dove Saint Mary Woolnot segnava le ore
con morto suono sull'ultimo tocco delle nove.
E' un quadro cupo e potente della totale solitudine dell'individuo che procede a capo chino, senza curarsi degli altri, immerso e perduto nella folla della metropoli.
Nella terza sezione il motivo torna come un refrain leggermente variato (Città irreale / sotto la nebbia bruna di un meriggio invernale) e con la visione del Tamigi (Il fiume trasuda / olio e catrame / le chiatte scivolano / con la marea...); infine, nella quinta ed ultima parte del poema si accampa l'immagine del crearsi e dello sparire nel tempo delle città:
Qual è quella città sulle montagne
che si spacca e si riforma e scoppia nell'aria violetta
torri che crollano
Gerusalemme Atene Alessandria
Vienna Londra
irreali ...
Quasi un ciclo alterno di costruzione e distruzione, sullo sfondo perenne ed immobile dell'infelicità umana, della Terra desolata.
I macelli di New York

Ma l'immagine più tragica della metropoli appare forse in Garçia Lorca. Nel 1929 il poeta andaluso è a New York, per un soggiorno di studio alla Columbia University, e qui scrive la raccolta Poeta a New York, ove troviamo, in Ufficio e denuncia, la rivolta metafisica contro la disumanizzazione provocata dal
prevalere della macchina sull'uomo e dalla subordinazione di ogni forma di vita all'interesse economico (turbano la sensibilità del poeta anche la zampina del gatto spezzata dall'automobile e perfino le rose / ammanettate dai mercanti di profumi). Così l'aspetto traumatico collegato alla vita cittadina e che emerge con la nuda potenza dei numeri è la strage quotidiana di animali innocenti, necessaria per la sopravvivenza della megalopoli:
Sotto le moltiplicazioni
c'è una goccia di sangue d'anitra;
sotto le divisioni
c'è una goccia di sangue di marinaio.
Sotto le somme, un fiume di sangue tenero;
un fiume che scorre cantando
nei dormitori delle periferie,
ed è argento, cemento, o brezza
nell'alba ingannevole di New York.
Curioso, fra l'altro, come tutti e tre i poeti, per cogliere gli aspetti fondamentali della vita cittadina, la vedano nel momento dell'alba (l'aurora infreddolita di Baudelaire, la nebbia bruna di un'alba d'inverno di Eliot, ed ora l'alba ingannevole di New York, segnata dal torbido sangue).
Dietro la facciata delle astrazioni aritmetiche (moltiplicazioni, divisioni, somme) che vorrebbero dimostrare la razionalità della moderna tecnologia della vita urbana, è nascosto il sangue di vittime in¬nocenti.
La poesia è caratterizzata dal teso linguaggio metaforico di impronta surrealista, e da una vigorosa energia declamatoria, sottolineata dalle iperboli dalle anafore, dalle insistite iterazioni. Al brano sopra citato seguono versi segnati della luce sinistra della calcolata elencazione dei milioni di animali ogni giorno macel¬lati per la sussistenza degli abitanti della metropoli:
... Tutti i giorni ammazzano in New York
quattro milioni di anitre,
cinque milioni di porci,
duemila colombe per il piacere degli agonizzanti,
un milione di vacche,
un milione d'agnelli
e due milioni di galli
che fanno i cieli a pezzi.
La poesia procede poi con la violenta polemica contro l'astratta programmazione di coloro che, glorificando i numeri, hanno perduto il contatto con la natura ed i concreti valori dell'esistenza; e, al di là dello stesso fiume di sangue tenero degli animali sfruttati e macellati, egli vede, oggetto di sfruttamento anch'essi, gli uomini emarginati, svuotati da ogni energia interiore dalla macchina infernale della megalopoli, che ne frantuma e ne umilia l'umanità.


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