di Andrea Maia    

 

Il volo di Gerione

     
         
 

 


Un episodio di viaggio nella Commedia


Il poema di Dante è, sul piano letterale, la relazione di un viaggio, con una evidente analogia con altri capolavori (quali l’Odissea omerica o il Don Chisciotte di Cervantes). La circostanza che il percorso avvenga prevalentemente in luoghi immaginari o addirittura irreali (almeno per una moderna visione “laica” del mondo) non impedisce l’esplicarsi di un realismo concreto ed attento ai particolari ed alle esperienze sensitive del protagonista-narratore. La specifica “visionarietà” della ispirazione dantesca ha consentito al poeta di immaginare e descrivere vicende che non potevano far parte della esperienza sua o dei suoi contemporanei; esse vengono rappresentate con una coerenza che il lettore di oggi scopre con stupore, quando, ad esempio, riconosce nel finale del canto XXII del Paradiso a quelle con gli astronauti americani, dall’orbita lunare, descrissero il nostro pianeta. Il viaggio nei tre regni dell’aldilà presenta, specie nella prima parte, è caratterizzato da episodi drammatici e passaggi pericolosi, derivanti da ostacoli naturali o dall’ostilità dei demoni. Alcuni momenti del percorso restano avvolti nel mistero, ad esempio la traversata dell’Acheronte: Caronte infatti rifiuta di accoglierlo sulla sua barca e Dante non ci dice proprio come sia passato dall’altra parte. Il superamento di altri punti perigliosi del viaggio è invece esplicitamente narrato, con soluzioni talvolta ovvie, più spesso con insolite, straordinarie invenzioni. Così se la traversata della palude Stigia avviene in modo ancora normale, su una barca, quella di Flegiàs, non manca poi l’incidente, quando Filippo Argenti, dopo il virulento contrasto col poeta, si afferra alla sponda dell’imbarcazione e tenta, per vendetta e per sfogo dell’ira, di rovesciarla. Bloccati sulla porta della Città di Dite da più di mille diavoli e dalla Furie, i due viaggiatori potranno superare l’ostacolo solo grazie all’intervento di un Messo divino. Altri ostacoli al viaggio si presentano poi, nel VII cerchio, con la traversata del fiume Flegetonte, nel cui sangue bollente sono puniti i violenti contro il prossimo: lungo il fiume cavalcano i centauri, capeggiati da Chirone, e scagliano frecce contro i peccatori. E proprio sul dorso di Nesso, una delle mitiche cavalcature, il viaggiatore avventurosamente supera il fiume.


Ma l’invenzione più straordinaria escogitata dal poeta, con fantasia e realismo fra loro strettamente connessi, è quella collegata al superamento del grande burrato, il profondo precipizio roccioso che separa nettamente la sezione dei violenti dalle Malebolge riservate ai fraudolenti, cioè il cerchio VII dal cerchio VIII. Siamo nel canto XVII, all’inizio del quale si accampava la descrizione del mostro triforme simboleggiante la frode: viso umano atteggiato ad ipocrita benevolenza, corpo di serpente alato dipinto di nodi e rotelle a significare inganni e trappole e raggiri, coda di scorpione. Virgilio consiglia a Dante di andare a visitare gli usurai, seduti con appese al collo le variopinte borse del denaro, sull’estremità del deserto su cui cade la pioggia di fuoco riservata ai violenti contro Dio, natura ed arte, ed egli si avvicina a Gerione e organizza con il mostro silenzioso, il primo volo charter della letteratura, ed il poeta può sperimentare nella sua potente fantasia e descrivere con efficace coerenza realistica le sensazioni provocate da un volo notturno su un aliante o un deltaplano. Dapprima viene in primo piano la sensazione tattile del vento che colpendo di fronte e dal basso il viaggiatore, testimonia il movimento e la discesa:


Ella sen va notando lenta lenta;
rota e discende, ma non me n’accorgo
se non che al viso e di sotto mi venta.


Poi, nella oscurità dell’abisso infernale che cancella la facoltà visiva, emerge la sensazione uditiva, attraverso le grida di dolore dei dannati la cui direzione si sposta gradualmente, facendogli avvertire che il volo si realizza con grandi cerchi discendenti, fin quando Gerione deposita lui e Virgilio alla base della roccia, per dileguarsi rapido e silenzioso.


Andrea Mai
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