-Premessa
La storia delle donne è fatta di eventi
e di esperienze assai diversi da quelli degli uomini, ma la prima guerra
mondiale, prima durante dopo, mutò il loro status e con esso
anche il resto della società.
Prima della prima guerra mondiale, all’inizio del secolo, si era
imposto il problema politico del voto concesso anche alle donne. Nel
1900 a Milano Ersilia Majno Bronzini aveva fondato il Consiglio Nazionale
delle Donne Italiane d’orientamento laico e nel 1906 era nata
la Lega per gli interessi femminili d’orientamento socialista,
ma nel 1906 il papa Pio X si dichiarò contrario al voto femminile
perché dal suo punto di vista la donna non deve votare, ma votarsi
ad un’alta idealità di bene umano, aggiungendo Dio ci guardi
dal femminismo politico.
I nazionalisti, i militaristi e naturalmente i conservatori teorizzavano
il disprezzo della donna; Benedetto Croce, già consacrato filosofo-guida
della cultura ufficiale italiana trattò la questione dell’uguaglianza
politica delle donne con ironia: “ Il femminismo è un movimento
che mi sembra condannato dal nome stesso. È un’idea femminile
nel senso vago della parola. Anche i maschi hanno i loro problemi, ma
non hanno ancora inventato il mascolinismo.”
È un po’ una voce del deserto quella del cattedratico prof.
Achille Loria che scrisse: “Io penso che il femminismo è
chiamato a schiudere un’era evoluta e superiore, fin qui l’umanità
ha camminato con una gamba sola; ora soltanto si accorge d’averne
due.”
Una svolta importante si ebbe con il primo congresso femminista che
si tenne a Roma nel 1908 dal 24 al 30 aprile; era stato indetto dal
Consiglio Nazionale delle Donne sui temi dell’istruzione, dell’educazione,
dell’assistenza e altro di ordine giuridico e morale, ma poi vi
fu inserito anche quello del voto alle donne e in un successivo congresso
anche quello del divorzio.
Il secolo del progresso non iniziò certamente con quello dell’emancipazione
femminile, malgrado le donne si fossero inserite nel giornalismo, nella
letteratura e nel teatro. Le erano ancora interdette le professioni
liberali e negata l’uguaglianza dei diritti civili.
Nel 1912 Giolitti decise d’instaurare il suffragio universale,
riservato però solo agli uomini che avessero compiuto il trentesimo
anno di età, anche se analfabeti; nello stesso anno finalmente,
dopo laceranti discussioni, il partito socialista, soprattutto su istanza
di Anna Kuliscioff, presentò un emendamento a questo progetto
di riforma elettorale chiedendo il voto alle donne. L’emendamento
fu respinto con 263 no e 48 sì. Giolitti che riteneva il voto
femminile un salto nel buio si rallegrò che fosse stato respinto
con tanta forza, ma stava maturando un ben altro salto nel buio.
Il casus belli della prima guerra mondiale cominciò con una donna
morta ammazzata, che non rivestiva alcun ruolo politico: la duchessa
Chotek, moglie morganatica dell’arciduca ereditario d’Austria
Francesco Ferdinando, a Serajevo il 28 giugno 1914 insieme con il marito.
-La donna nella I guerra mondiale: ruolo tradizionale e nuovi lavori
Anche in questa guerra, più che nel passato, il prezzo pagato
dalle donne fu altissimo, una guerra che lo storico Hermann Sudermann
definì “la più gigantesca imbecillità che
il genere umano abbia compiuto dal tempo delle Crociate”.
Il ruolo tradizionale delle donne in tempo di guerra era sancito da
un costume secolare: resteranno a casa a confezionare calze di lana
per i soldati al fronte, scriveranno a mariti e a fidanzati lettere
piene dì amore e di giuramenti di fedeltà, nelle retrovie
cureranno i feriti e al ritorno degli eroici guerrieri si faranno belle
per loro. È sottinteso che condivideranno da casa le virtù
guerresche, come un tempo le donne spartane.

Il movimento femminista camminò all’indietro
come i gamberi; tra le posizioni più antifemministe brillavano
quelle di alcune donne convertite dal futurismo, che riteneva il femminismo
un errore cerebrale della donna. Le canzoni patriottiche contribuivano
a creare un atteggiamento favorevole alla guerra, invitando le donne
ad esporre bandiere su balconi e davanzali e ad applaudire le truppe
che si recavano al fronte. Le voci delle donne in maggioranza contrarie
al conflitto erano soffocate dal frenetico protagonismo delle interventiste,
per lo più appartenenti alla buona borghesia. Tenevano in mano
o legata al collo con un nastro tricolore una cassettina facendo una
questua per i regali da inviare ai soldati al fronte e in premio appuntavano
un nastrino sul bavero dei donatori. Infaticabili, organizzavano balli
di beneficenza, pesche, lotterie e vendevano a ben cento lire un bacio
patriottico.
Una maestrina, Luigia Ciappi, diventò simbolo delle virtù
guerriere delle donne, perché si travestì da soldato e
tentò di partire per il fronte.
I giornali da parte loro invitavano le ragazze non ancora fidanzate
a diventare madrine di guerra di un soldato, scrivendogli lettere e
tenendogli alto il morale, ma la maggior parte degli italiani e delle
italiane non sapeva scrivere e doveva ricorrere ad intermediari.
Naturalmente questo stato di euforia durò, finché ci fu
l’illusione che la guerra sarebbe stata di breve durata e avrebbe
coinvolto soltanto i campi di battaglia. Bisognava continuare ad erogare
i servizi prima svolti dagli uomini ora lontani a combattere ed un giorno
sciamarono nelle città più importanti donne con indosso
la versione femminile degli spazzini, identica in tutto e per tutto,
salvo che i pantaloni erano sostituiti da una sottana. Il plauso fu
generale: spazzare le strade era non solo congeniale alla natura femminile,
ma nel caso estremamente patriottico.
Non così favorevolmente furono accolte le postine che a piedi,
ma anche in bicicletta, cominciarono a sciamare per le vie delle città
e dei borghi e per la campagna, perché la curiosità tipica
delle donne faceva temere invadenze sgradite nella riservatezza epistolare.
Quando i fattorini dei tram furono sostituiti dalle donne ci fu una
levata di scudi perbenista, in quanto questo lavoro poneva le donne
a diretto contatto degli uomini e solo donne di scarsa levatura morale
potevano accettare tali rischi, sebbene l’amministrazione pare
che avesse avuto l’accortezza di scegliere per la bisogna ragazzone
robuste dall’aspetto alquanto virile. Alla fine però anche
questa novità finì per essere accettata per amor di patria,
ma quando una mattina videro delle donne alla guida dei tram, la misura
sembrò colma: i tram avrebbero deragliato e si sarebbero contati
i morti, previsione che si rivelò priva di fondamento, perché
il numero degli incidenti non alterò le statistiche precedenti,
ma continuò a suscitare viva disapprovazione il fatto che le
tranviere al capolinea si concedevano una sigaretta.
-Mutamenti di costume e nuove consapevolezze

Man mano che la guerra si allungava e che il fronte
macinava soldati, centinaia di migliaia di donne entravano nelle fabbriche,
negli uffici, nei negozi: le donne diventavano manovali, uscieri, cancellieri
di tribunale, telegrafiste, maestre e infermiere; approssimativamente,
mancando statistiche ufficiali, dalla fine del 1915 all’ottobre
del 1918 le donne impegnate negli stabilimenti che producevano armamenti
passarono da 23.000 a 200.000, nell’agricoltura il loro numero
superò i 6 milioni e salì vertiginosamente anche il numero
di quelle occupate nel tessile sempre per le forniture militari. Negli
uffici il numero delle donne raggiunse il 50%.
Nei tre anni di guerra questo inserimento massiccio delle donne nel
mondo del lavoro mutò non solo il loro stile di vita, ma anche
il loro modo di pensare. Anche le donne che non erano entrate nel mondo
del lavoro gestivano in piena autonomia il sussidio e si occupavano
di tutte le incombenze che all’interno della famiglia erano tradizionalmente
riservate agli uomini; tutte indistintamente dovevano affrontare la
responsabilità più gravosa di tutte: sfamare la propria
famiglia in tempo di guerra.
Dalla fine del 1915 i salari aumentavano in modo irrisorio rispetto
all’aumento dei prezzi, per cui il potere d’acquisto si
dimezzava. Molti generi di prima necessità, come scarpe e indumenti,
sebbene sottoposti a calmiere, in realtà erano inaccessibili.
Donne e bambini coglievano per il loro pasto erbe anche nei giardini
pubblici, nacquero ricette per cucinare in modo appetitoso le bucce
dei piselli. I prezzi della lana, del pane, della carne, del latte,
dei fagioli secchi erano non solo quintuplicati, ma spesso le merci
erano introvabili.
Le donne che lavoravano in fabbrica 8-10 ore non riuscivano a sfamare
i figli con il loro salario e all’interno del luogo di lavoro
si organizzarono scioperi per aumentare i salari e per porre fine alla
guerra. Nel maggio del 1914 si astennero dal lavoro le operaie delle
industrie tessili di Como, Vigevano e Borgosesia, nell’agosto
del 1915 le operaie tessili di Torino; a settembre e a novembre l’agitazione
si estese dal Milanese al Novarese e nel 1918, sebbene sul finire della
guerra, riuscirono ad ottenere qualche aumento di salario e alcune categorie
anche l’orario ridotto a otto ore.
Mutò anche la moda delle donne: molte di loro durante la giornata
indossavano le uniformi del loro lavoro o una salopette, sorta di tuta,
e nella festa gli abiti rimanevano modesti non solo in Italia, ma in
tutti i Paesi belligeranti. Gli ultimi sprazzi della belle époque
arrivavano solo dai ricchi Stati Uniti: la grande Eleonora Duse visitava
i feriti negli ospedali da campo vestita anonimamente di grigio e la
regina Elisabetta del Belgio indossava sempre la divisa d’infermiera.
L’acculturazione femminile durante gli anni della prima guerra
mondiale è almeno parzialmente deducibile dai registri di stato
civile, in quanto gli sposi dovevano firmare il registro di stato civile
e chi era analfabeta apponeva una croce: nel 1914 82.000 donne apposero
la croce nel loro certificato di matrimonio, nel 1918 solamente 38.000
ed anche il numero degli sposi analfabeti scese da 55.000 a 27.000.
Durante la guerra aumentò il numero delle donne che frequentavano
gli istituti superiori; nell’anno accademico 1917-1823.000 maschi
e circa 2.000 femmine frequentarono le 17 università governative
e le 4 libere.
Nel 1917 si laurearono 108 dottoresse in lettere, 4 in scienze economiche
e commerciali, 81 in matematica, 7 in farmacia, 6 in medicina, 1 ingegneria
e 1 in agraria, ma nel 1918 ci fu una flessione, sebbene il numero rimanesse
superiore a quello di prima della guerra. Nacque un’Associazione
di laureate e diplomate in magistero e altre cominciarono ad organizzarsi.
Ristagnarono invece i progressi nella situazione politica e giuridica
della donna, mentre in Gran Bretagna il 28 marzo 1917 venne varato il
progetto di legge che concedeva il voto alle donne che avessero compiuto
trent’anni.
Nel 1917 a Torino le donne impegnate nella produzione bellica erano
175.000; esse erano soggette a disciplina militare, a pesanti controlli
e lavoravano in stabilimenti insalubri con bassi salari. Il caro prezzi
faceva loro rivendere i tagliandi di burro, zucchero e carne, che non
avevano i soldi per acquistare, per comprare pane e pasta, ma anche
il pane scarseggiava e il numero dei caduti al fronte aumentava l’angoscia
del presente e del domani.
Le operaie, ormai costrette anche a turni di dodici ore lavorative,
dopo essersi messe in coda, arrivato il loro turno, non trovavano più
nulla.
Quando il 21 agosto 1917 le botteghe avevano terminato le merci per
la strada cominciarono a formarsi gruppi spontanei di protesta; due
giorni dopo le operaie della fabbrica dei proiettili rifiutò
di mettersi a lavorare, perché avevano fame ed erano digiune.
A capannello si aggiunse capannello, i negozi cominciarono a chiudere,
alcune donne assaltarono i forni e non si fecero impaurire né
da poliziotti né da carabinieri e nemmeno dai carri armati sopraggiunti
nel frattempo.
Fu presa d’assalto anche una caserma al grido di pane e pace e
la forza pubblica cominciò a usare le mitragliatrici, mentre
operai e operaie alzavano qua e là barricate. Le donne si aggrappavano
alle mitragliatrici per impedire di usarle, ma questa rivolta, che le
autorità facevano passare come organizzata dai tedeschi, alla
fine fu sedata
e molti partecipanti furono gettati in carcere. Tra i condannati di
Torino ci fu anche la maestra Maria Giudice, madre di otto figli, direttrice
del GRIDO DEL POPOLO.
Era la vigilia di Caporetto.
Mentre si capovolgevano le sorti della guerra, proseguiva in tutta Italia
la repressione nei confronti dei dirigenti socialisti, cosicché
a fine conflitto l’Italia non aveva ancora risolto la divisione
fra nazionalisti e masse popolari.
Se le donne inglesi alla fine della prima guerra mondiale ottennero
il voto, quelle degli Stati Uniti dovettero contentarsi di partecipare
al voto solo alle elezioni locali di pochi Stati dell’Unione.
-La situazione delle donne alla fine della guerra
Per le donne la fine della guerra fu insieme gioia e tragedia: la prima
fu l’enorme sollievo di ritornare alla pace con la speranza che
dopo tanti lutti e privazioni finalmente si potesse vivere in una società
più giusta e libera. Fu un’esplosione di felicità
collettiva, che i giovani esprimevano ballando per le strade e nei locali
pubblici. Le ragazze cominciarono a rivoluzionare il sonnolento costume
in cui erano state allevate: accorciarono le gonne, tagliarono i capelli.
Il ritorno a casa dei smobilitati ebbe proprio sulle donne tragiche
conseguenze, perché furono le prime ad essere cacciate da fabbriche
e uffici, dove furono reinseriti gli uomini.
I più duri nei loro confronti furono proprio i reduci che perentoriamente
invitavano le donne a tornare a fare la calza in casa. La difficoltà
di trovare lavoro scatenò la guerra dei sessi che naturalmente
fu perduta dalle donne, che solamente per un breve periodo ebbero diritto
al sussidio di disoccupazione.
Denigrate e talvolta insultate, erano indicate con disprezzo e cacciate
dalle fabbriche come pigre e incapaci, con il risultato di rientrare
in famiglia o accontentarsi di svolgere mansioni meno qualificate. La
sconfitta dell’occupazione femminile fu rilevata solo nel 1921,
data in cui risultarono occupate nell’agricoltura 3 milioni di
donne, nell’industria un milione e 173.000 in meno rispetto al
1913, mentre le donne inattive erano 14 milioni.
