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di Stefania Marello |
IL VIAGGIO DI GILDO
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Considerazioni sul romanzo "Pane
Amaro" di Elena Gianini Belotti |
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Sono convinta che quasi tutti noi alla domanda
“Ti piace viaggiare?” risponderemmo sì. Anche perché
negli ultimi cinquant’anni, complice un relativo benessere economico,
la parola ‘viaggio’ ha modificato in parte il suo significato
per diventare sinonimo di turismo, vacanza itinerante con visite a luoghi
d’arte, storia e cultura. Così oggi i viaggi si vincono nei
concorsi a premi, si offrono come regalo, si sognano sfogliando i cataloghi
delle agenzie. Ma il viaggio non è solo questo. Può essere necessità e disagio, separazione dolorosa dalla famiglia e dal proprio ambiente. Vi si può essere costretti per disperazione. Questo pensavo leggendo “Pane Amaro” l’ultimo
romanzo che Elena Gianini Belotti ha scritto ispirandosi alla storia
del padre, emigrato agli inizi del novecento nell'Oregon in cerca di
fortuna. “Pane Amaro” è storia vera, che trae ispirazione
dai racconti di famiglia, arricchiti da un eccellente lavoro di ricerca
sulle condizioni degli italiani emigrati in America dall’inizio
del secolo scorso fino alla seconda guerra mondiale. Descrive la miseria
e gli stenti nell’Italia contadina dei nostri padri e dei nostri
nonni. La storia ha inizio nel 1910 in un piccolo comune rurale della
Val Seriana, nel Bergamasco. La partenza avviene nell’oscurità e nel freddo
delle primissime ore di un mattino d’inverno. Il gruppo di emigranti
(oltre a Gildo e suo padre partono anche alcuni compaesani) cammina
verso la stazione ferroviaria di Bergamo, attraverso sentieri e strade
di campagna per parecchi chilometri. |
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